24 aprile 2012

Bio Bio? Natural MENTE!

Recentemente è entrata in vigore la nuova Normativa Europea che dovrebbe regolamentare la produzione dei vini biologici negli Stati membri. Se però da un lato essa ha colmato una falla legislativa che esisteva sin da troppo tempo nel nostro ordinamento, dall’altro, leggendola con attenzione, non posso che rimanerne amareggiato per aver perso un’occasione unica per far chiarezza su di un tema così importante e al tempo stesso così controverso e dibattuto.
Quale deve essere il senso racchiuso all'interno di una bottiglia di vino biologico? Ha senso una regolamentazione che per accontentare un po' tutti non apporti nessuna
modifica sostanziale, se non alcune blande limitazioni, rispetto alla normativa europea dei vini così detti convenzionali? Ma soprattutto, ha senso parlare di biologico, biodinamico o naturale senza far riferimento alla sua reale sostenibilità.
Personalmente, e non sono l'unico a pensarlo, ritengo che l'attenzione debba essere
rivolta non solo all'impatto che le tecnice viticole ed enologice hanno nei confronti del prodotto e dell'uomo ma anche dell'ambiente nella sua interezza. Questo vale sia per i vini biologici, sia per i vini biodinamici e naturali.
Ben vengano gli abbassamenti dei limiti massimi consentiti del contenuto in solforosa (a mio avviso ancora troppo alti) o l'abolizione di alcune tecniche o sostanze volte a promuovere uno stile di vino piuttosto che esaltare le peculiarità di un terroir. Lodevoli anche quei produttori che in virtù di un profondo credo, rinunciano interamente a quello che la legge, con il neonato regolamento, permetterebbe di utilizzare pur "estraneo" all'uva e che combattono battaglie senz'altro costruttive in tal senso. Tuttavia, in entrambi i casi, non possiamo assolutamente pensare che basti solo ciò per promuovere il nostro vino naturale o bio-qualcosa. Che senso ha parlare di ambiente e di tutela del terroir se poi siamo i primi a rovinarlo semplicemente pensando che esso sia un luogo indipendente dal resto del pianeta e magari non ci interessiamo, ad esempio, da quali fonti proviene l'energia elettrica utilizzata per le nostre cantine o sprecando l'acqua necessaria per la loro pulizia? Non avrebbe altresì senso sapere quanto gasolio viene utilizzato per produrre un kg di uva, o forse questo non rientra nei canoni della naturalità di un prodotto? Ci sono Paesi come la Nuova Zelanda, che hanno adottato importanti misure per il contenimento della CO2 prodotta dalla filiera agroalimentare, penalizzando le aziende meno virtuose e favorendo le più meritevoli. La normativa europea ha invece ritenuto "bio-logico" pensare che tutto ciò fosse superfluo nella disciplina che regola la produzione dei prodotti bio. Ma non dobbiamo pensare che sia solamente il comparto del vino ad essere colpito da questa miope regolamentazione.
Poco tempo fa, sono andato a trovare il mio vecchio (si fa per dire) fruttivendolo. Un uomo sulla settantina, innamorato del proprio lavoro, che riuscirebbe a tenerti incollato al bancone degli ortaggi per ore parlandoti unicamente di rape rosse. Dopo qualche convenevole lo vedo entrare di corsa nel suo sgabuzzino e da lì a poco uscire con in mano una busta di plastica contenente dell'insalata biologica pronta all'uso: la getta sopra il bancone e in dialetto trevigiano borbotta: "anca a plastega xea bio ndes? E po', a me ocupa meta' magasin e ghe ne quatro foie ndentro" (traduzione: anche la plastica e' biologica? E poi queste buste mi occupano metà magazzino e contengono solo poche foglie di prodotto). Inevitabilmente il mio pensiero andò alla sera prima quando, per accompagnare la magra cena che il mio frigo offriva, avevo aperto una bottiglia di vino di uno straordinario amico produttore che qualcuno definirebbe "naturalista fino all'osso" per la sua integrità di pensiero e di azione.
Il vino era magnifico: all'olfatto come sempre inconfondibile, al palato avvolgente, dinamico e molto elegante, tutt'altro che seduto... insomma proprio come piace a me. Peccato che l'immenso spessore di quel vino facesse pendant con lo spessore del vetro della pesante bottiglia che lo conteneva. Tanto per rimanere in tema potremmo definirlo come un eclatante esempio di bio-spreco che non giova né al vino né tantomeno all'ambiente.
In funzione di queste e altre considerazioni sono sempre più convinto che i produttori di vini biologici e naturali debbano prendere seriamente in considerazione la reale sostenibilità delle loro azioni nel lungo periodo.
Un bravo produttore o un bravo enologo è colui che sa valorizzare ciò che è buono e
diverso per natura senza l'uso di artifizi che tendono a racchiudere il vino all'interno di schemi prefissati piuttosto di farlo esprimere nella sua totalità, ma questo non può che non avvenire in un'ottica di totale rispetto: parlare di naturalità significa prima di tutto riconoscere che esiste un rapporto di equilibrio, fatto di prendere e di dare tra l'uomo e l'ambiente circostante, un arricchimento reciproco, senza del quale, sarà unicamente demagogico definire il nostro vino Bio.

Federico Giotto