29 gennaio 2013

Vino della terza B: Biologico, Biodinamico e del... Buon Senso

"Probabilmente il termine “naturale” per definire un vino non è il più appropriato, anche perché tutti i vini, in fin dei conti, possono essere definiti “naturali”. Ma allo stesso tempo nessuno lo è davvero del tutto, perché la vite è da sempre una pianta antropizzata, si pensi ad esempio all’ uso dei porta innesti.

Il principio fondamentale è piuttosto la Naturalità, ossia esaltare ciò che è buono e diverso per natura, con un minor utilizzo di qualsiasi apporto chimico e di tecniche invasive. Bisogna, quindi, cercare di esaltare soprattutto la diversità, producendo vino nei termini più naturali possibili e più legati ai cicli naturali. E’ da sottolineare che queste pratiche devono essere considerate un punto di arrivo e non un punto di partenza. Per fare un buon vino, quindi, bisogna partire innanzitutto dalla materia prima, ma con una grande capacità di controllare poi l’intero processo produttivo, perché ovviamente c’è sempre il rischio di incorrere in problemi anche gravi. Essenziale è l’apporto della ricerca altrimenti si ricade nell’ empirismo o si è costretti a ricorrere all’ utilizzo della chimica per evitare di buttare via tutto il raccolto.

Credo che, invece, si debba sempre puntare sui vini della cosiddetta “terza B”, che vuole dire che, oltre a produrre secondo i dettami del Biologico e del Biodinamico, bisogna anche saper usare il Buon senso. All’interno del concetto di vino naturale si devono valorizzare tutti gli aspetti della natura ma anche il lavoro dell’uomo, arrivando così ad un corretto approccio nel rapporto scambievole fra natura ed uomo. E’ vero che non esiste un vero e proprio disciplinare che racchiuda i vini naturali e che le certificazioni tendono spesso ad immobilizzare più che a proteggere.

Diventa quindi fondamentale quantomeno fissare i principi di questi vini che garantiscano il consumatore stesso dai furbacchioni di questo settore. Il futuro dei vini naturali quindi è estremamente positivo, ma solo se ci sarà da parte dei produttori stessi il coraggio di voler lavorare sempre al meglio e senza inutili estremismi.

Anche i gusti cambiano: oggi il consumatore è più predisposto a riflettere su ciò che mangia e che beve. Del resto così facendo non fa altro che investire su qualcosa che lo tocca direttamente, che diventa parte della persona stessa, ossia il cibo. Per questo verrebbe da chiamare questi vini “organici”, se solo non si confondesse con il termine inglese per Biologico. Organico nel senso di avere più rispetto per l’ambiente e più rispetto per il carattere del vino. Puntando sul concetto di valore, più che sul concetto di prezzo. I vini naturali possono quindi essere legati ad una somma di valori etici, ambientali e del valore delle persone che ci lavorano. L’unico problema che resta da risolvere sono le grandi differenze che ancora ci sono fra i naturalisti per piccole cose. Sono sempre più convinto che i produttori di vini biologici e naturali debbano prendere seriamente in considerazione la reale sostenibilità delle loro azioni nel lungo periodo.

Un bravo produttore o un bravo enologo è colui che sa valorizzare ciò che è buono e diverso per natura senza l'uso di artifizi che tendono a racchiudere il vino all'interno di schemi prefissati ma piuttosto di farlo esprimere nella sua totalità, e questo non può che non avvenire in un'ottica di totale rispetto: parlare di naturalità significa prima di tutto riconoscere che esiste un rapporto di equilibrio, fatto di prendere e di dare tra l'uomo e l'ambiente circostante, un arricchimento reciproco, senza del quale, sarà unicamente demagogico definire il nostro vino Bio qualcosa..." .

Intervento di Federico Giotto nell'articolo "Alla ricerca della Naturalià" pubblicato nella rivista Il Sommelier Veneto Anno 14 - Numero 4 - Dicembre 2012